Nel 2009, sul volo diretto a Cuba, spinti dall’irrefrenabile voglia di scorgere i primi lineamenti della perla dei caraibi, io e Brunella trascorremmo l’ultima ora di volo con lo sguardo inchiodato all’oblò dell’aereo.

I nostri occhi, al primo vero appuntamento con la spettacolare tavolozza caraibica, furono rapiti da una moltitudine di petali di terra ornati di finissima sabbia e circondati da un mare dalle infinite gradazioni di blu.

Eravamo in volo sulle Bahamas.

Incantati dalle meraviglie che dal piccolo oblò si erano schiuse alla nostra vista, ci ripromettemmo che prima o poi, in verità più prima che poi, avremmo fatto visita all’arcipelago che aveva affascinato Cristoforo Colombo e, finalmente, a marzo del 2012 convinti anche dal freddo dell’Europa, siamo scappati al sole e al blu delle Bahamas.

Arriviamo all’aeroporto di Miami e ci colpisce subito la dimensione latinoamericana dello scalo statunitense dove le informazioni e le indicazioni sono in spagnolo, si incontrano facce cubane, si sentono accenti messicani e si vedono colori guatemaltechi. Insomma, eravamo sbarcati nell’avamposto del moderno Latinoamérica.

Dopo una prima notte trascorsa a Miami, in un hotel vicino all’aeroporto che ricordava la scenografia di un film ambientato nella provincia americana degli anni ’60, partiamo su un piccolo aeroplano per Geroge Town, la capitale di Exuma, l’isola delle Bahamas lunga circa 80 chilometri e larga poche centinaia di metri che abbiamo scelto per il nostro spring break.

Poco meno di un’ora di volo separa le coste della Florida dalle Bahamas. Un breve volo durante il quale è possibile scrutare dal cielo l’intera scala cromatica di un mare che da trasparente diventa blu profondo. Dall’aereo si possono ammirare lingue di sabbia bianchissima che pennellano le acque di bianco accecante il mare e si riescono a distinguere perfino i colori dei banchi di corallo.

I ritmi caraibici di uno steel pan, un tipico bidone metallico suonato con robuste bacchette, e bei sorrisi ci danno il benvenuto a Exuma e ci accompagnano al controllo dei passaporti.

All’uscita del minuscolo aeroporto di Exuma, costruito interamente in legno, ci aspetta un auto che ci accompagnerà a Coral Gardens, la casa di Peter.

Le Bahamas rappresentano nell’immaginario collettivo il paradiso terrestre fatto di esclusivi e lussuosi resort dove tutto è perfetto e curato in ogni dettaglio. In parte ciò è vero ma noi abbiamo provato a scoprire e a conoscere la dimensione più vera dell’arcipelago, alla ricerca anche di quelle imperfezioni che facessero delle Bahamas sì un paradiso, ma un paradiso autentico.

Peter è un simpatico inglese che abbiamo conosciuto su un forum per viaggiatori. È una di quelle rare persone che ha realizzato il sogno di tanti. Anni fa, infatti, ha mollato tutto ed è partito insieme alla moglie Betty alla ricerca di un luogo dove la loro vita potesse avere un senso, il senso. E sono approdati proprio a Exuma dove vivono ormai da diversi anni in una casetta che in parte fittano a coloro che, come noi, non amano i paradisi all inclusive.

Coral Gardens è una casa di legno immersa nel verde di un piccolo promontorio che domina la bellissima Hoopers Bay. Peter ci mostra subito la nostra camera, la cucina e, cartina dell’isola alla mano, ci suggerisce gli angoli più suggestivi dell’isola. Dopo i primi rudimenti sull’isola, ci spostiamo nel cortile dove ci aspetta una macchina coreana con le scritte in coreano che Peter ci ha messo a disposizione per i nostri spostamenti sull’isola.

Una cosa ci colpisce e ci piace subito. Peter conclude ogni informazione e suggerimento invitandoci, in ogni caso, a goderci  Exuma con calm, pronunciato con sinuosa eleganza britannica.

Saliamo in macchina e, provando a familiarizzare con i caratteri coreani e ricordandoci di guidare a sinistra, partiamo alla scoperta dell’isola dei pirati dei caraibi.

Prima di tuffarci nelle acque turchesi della Bahamas, ci concediamo un primo assaggio dell’isola e andiamo al supermercato a fare la spesa. Non vi è dubbio che conoscere un popolo significhi conoscerne le abitudini e i mercati sono il palcoscenico più fedele della quotidianità di un luogo.

I supermercati delle Bahamas vendono davvero tutto. L’acqua viene venduta in taniche e le birre confezionate come regali. Notiamo la presenza di tantissime leccornie statunitensi precotte fra cui prevalgono  preparati per mac and cheese.  Ma il supermercato è anche un luogo di aggregazione e di confronto sociale e politico.

Infatti, a pochi passi, c’è la sede del  comitato elettorale di Hubert Ingraham, uno dei candidati alla presidenza delle Bahamas e intorno notiamo grande fermento e un frenetico movimento di sostenitori.

Fatte le provviste, ci tuffiamo nelle acque di Hoopers Bay.Percorriamo un breve sentiero fra le palme e ci ritroviamo, d’un tratto, su una soffice spiaggia di borotalco. Io, Brunella, una tartaruga verde e un barracuda gli unici abitanti. Nei nostri occhi la meraviglia di un bambino che ha appena ricevuto il regalo tanto desiderato e restiamo in silenzio a guardare le infinite sfumature della natura per riempirci di quei colori di cui ancora oggi non siamo sazi.

 

Salutata la tartaruga e augurandoci di non rivedere il barracuda, facciamo un giro nel centro di George Town, il capoluogo dell’isola. Geroge Town è un grazioso agglomerato di case di legno colorate con un porticciolo, una piazzetta centrale, un municipio di legno rosa, una chiesetta anglicana di legno bianca e azzurra, un colorato mercatino di souvenir, qualche agenzia turistica, un paio di ristorantini e un locale, il celebre Eddy Edgwater,  dove ogni lunedì sera si esibisce per i turisti e i bahamensi un gruppo che suona il RakenScrape, la tradizionale musica bahamense che contempla fra gli strumenti caratteristici anche una sega.

Il giorno dopo, iniziamo l’esplorazione del versante sud dell’isola e ci dirigiamo verso Little Exuma, un pezzettino di isola collegato all’isola principale da un ponte di legno. Lungo la strada riusciamo quasi sempre a vedere il mare su entrambi i lati. Ogni tanto, qualche fermata degli autobus (inserire foto) e qualche vecchia casa di legno residenza degli schiavi distrutta dal tempo e dagli uragani. Superato il ponte di legno, dopo qualche chilometro ci ritroviamo in una delle spiagge più belle e famose dei caraibi, Tropic of Cancer beach, la spiaggia che si trova alla latitudine del tropico del cancro.

Anche qui, io, Brunella e, questa volta, pochi umani gli unici abitanti. Mentre ci godiamo il mare turchese intenso del tropico del cancro, i nostri sensi vengono rapiti dal tipico profumo della cucina creola. Poco lontano da noi c’è il ristorante Santana’s di Denise Rolle, una simpatica bahamense dalle taglie forti famosa per le sue aragoste in pastella accompagnante da insalata e mac and cheese, cibo preferito anche di Johnny Depp che durante le riprese del film Pirati dei Caraibi si è fatto coccolare dalle prelibatezze di Denise.

La sera, scopriamo con sorpresa un altro bel posto autentico, un po’ decadente e, per questo, molto affascinante. Ceniamo infatti ai fish fry, tipiche baracche di legno dai colori vivaci frequentate soprattutto dai locali dove, in compagnia di una performance di karaoke locale, ceniamo pesce fritto, pizza e il piatto nazionale, il conch.

Il conch o strombo è un mollusco marino che alle Bahamas propongono in tutte le salse. Crudo, fritto, bollito, abbiamo anche mangiato un hamburger di conch. Se la cucina bahamense e, più in generale, quella di tutti i caraibi abbonda di conch, le strade delle Bahamas sono, di conseguenza, un vero e proprio cimitero delle bellissime conchiglie, dimora dei molluschi, che costituiscono ormai un vero e proprio complemento dell’edilizia locale e vengono usate addirittura per decorare le case e delimitare le aiuole. A casa di Peter i conch sono ovunque, ornano la scala principale e sono robusti ferma porte.

Al rientro, ci intratteniamo con Peter per raccontargli le nostre impressioni e per ascoltare i consigli che Peter ci dispensa con solita eleganza british. Ci accorgiamo, però, che qualcosa sta togliendo smalto al nostro amico. Peter manifesta qualche problemino di salute. Un improvviso e fortissimo mal di gola accompagnato da febbre alta ci priverà, per diversi giorni, della compagnia di Sir Peter che, intanto, ha contagiato anche la povera moglie Betty.

In verità, al nostro arrivo, Brunella aveva le placche alla gola e Peter stava benissimo. Col dubbio, o meglio, quasi certi di aver contagiato il povero Peter e sua moglie Betty proviamo a rimediare somministrandogli i medicinali di Brunella e sempre a bordo della nostra auto coreana scappiamo alla scoperta del versante nord dell’isola.

Emerald bay, la prima baia che incontriamo, ospita i resort lussuosissimi che ti aspetti di vedere alle Bahamas ma, ai margini, incontriamo un angolo di vita vera, una famiglia bahamense che vende ai pochi turisti di passaggio oggetti artigianali di paglia e, naturalmente, conch tirati a lucido.

Da Emerald bay ci spostiamo alla vicina Flamingo beach. Per strada ci fermiamo ad ammirare una scena che ricorderemo per sempre….eccola

Flamingo beach è una baia dalle acque bassissime e trasparenti. Naturalmente anche qui siamo soli o quasi. Un solitario barracuda incuriosito dalla nostra presenza decide di nuotare per un po’ insieme a noi.

Pranziamo in un coloratissimo chioschetto in riva al mare, il classico chioschetto dei sogni in cui tutti vorremmo rifugiare la nostra vita.

Osserviamo un abile chef intento a sminuzzare conch e a cucinare pesce alla griglia per noi e per altri due fortunati turisti e, gustata una Sands ghiacciata, la birra delle Bahamas, andiamo a goderci un altro autentico angolo di paradiso, Cocoplum beach.

È difficile stabilire una classifica delle spiagge più belle viste a Exuma ma Cocoplum beach occupa sicuramente un gradino molto alto del podio. Immaginate una baia deserta, con sabbia bianchissima fresca e soffice, immaginate frammenti di corallo, conch e i mitici sand dollars, le monetine rilasciate dal mare, che decorano la spiaggia, palme da cocco, mare bianco, verde, blu, immaginate lingue di sabbia candida emerse dal mare e sparse qua e la. Ecco, questa e Cocoplum beach.

Tornati a casa e rincuorati dal netto miglioramento delle condizioni di salute di Peter e Betty, organizziamo una escursione in barca fra le meraviglie degli isolotti più remoti di Exuma.

Partiamo da Barraterre, estremo nord dell’isola. Insieme a noi un gruppo di obesi e rumorosi americani che salgono a bordo con pinte di bibitoni colorati e ipercalorici. Salpiamo alle 9.00, il mare è calmo e facciamo subito tappa in una baia piena di grandissime stelle marine adagiate sui bassi fondali. Continuiamo la navigazione attraverso isolotti paradisiaci di proprietà di alcune celebrità e potenti della terra. Qui hanno casa, o meglio, hanno isola Nicolas Cage, David Copperfield, la cantante Faith Hill, e vari presidenti di multinazionali.

Dopo qualche ora e con un mare che mette a dura prova la nostra capacità di resistenza e, temendo per la tenuta dei pachidermi americani che intanto avevano mandato giù di tutto, arriviamo a Staniel Cay dove il volo imponente di un’aquila di mare ci da il benvenuto in una baia popolata da simpatici maialini abili nuotatori che, in pochi istanti, si avvicinano alla barca per un pezzo di pane. Sulla riva, una bella scrofa bianca osserva orgogliosa lo stile dei suoi giovani atleti mentre protegge un cucciolo di pochi giorni.

Salutati i maialini, ci tuffiamo fra le pinne degli squali, quelli buoni si intende. Nuotiamo  insieme ad un bel branco di nurse shark, gli squali nutrice, abituati al contatto con l’uomo.

Le emozioni non finiscono e continuano verso Thunderball Grotto, una grotta marina celebre per aver fatto da set ad uno dei film di James Bond. L’ingresso della grotta è invisibile. Si entra in una cavità sommersa e, dopo poche bracciate, ci ritroviamo in una cupola corallina attraversata da un raggio di sole che illumina i fondali ricchi di corallo e pesci coloratissimi e curiosi che ci nuotano intorno.

Concludiamo questa giornata intensa con la visita ad un isolotto abitato da iguane ciccione, rimpinzate da turisti con patatine fritte e avanzi di hamburger, e con lo spettacolo inatteso di un delfino solitario che con le sue evoluzioni ci saluta mentre il sole dipinge di arancio il mare al tramonto.

Peter e Betty per fortuna stanno bene e possiamo così raccontargli la nostra giornata e pensare già a quella successiva che, grazie ai loro consigli, trascorriamo a Stocking Island, un isolotto di fronte a George Town.

Partiti dal porticciolo di George Town raggiungiamo, attraversando a bordo di un taxi boat una laguna turchese, Stocking Island in pochi minuti.

A Stocking Island ci concediamo una giornata di totale relax in compagnia di Ray, una razza che gradisce particolarmente la nostra compagnia e i pezzi di conch di cui è veramente ghiotta.

Stocking Island è anche la meta per qualche ora di snorkeling con cui salutiamo le meraviglie delle Bahamas. Raggiungiamo in barca il reef e, una volta in acqua, si apre ai nostri occhi un altro mondo di colori incredibili. Pesci  coloratissimi dalle forme strane e coralli arancioni, viola, gialli, rossi…che danzano al ritmo delle calde correnti, completano la policromia di queste isole da sogno.

Il nostro viaggio alle Bahamas volge al termine e, salutati Peter e Betty, sul volo di ritorno verso Miami con lo sguardo nuovamente inchiodato all’oblò del aereo, ripercorriamo le emozioni provate di fronte alla esplosione di colori visti dal cielo, in terra e sott’acqua, al magnifico mondo sommerso e alle sue incredibili creature e al sorriso di un popolo semplice, autentico e felice. Nella nostra mente suoneranno per sempre le armonie di quella che Brunella ama definire la Bahamian Rapsody.

Arrivati a Miami, ci aspetta ancora qualche giorno di vacanza per scoprire la città di Sonny e Rico.

Ci catapultiamo subito nel cuore di Miami Beach, Ocean Drive. Il celebre lungomare ricco di edifici art déco, avvenenti Barbie e depilatissimi Big Jim.

Con la voglia ancora viva di esplorare e conoscere decidiamo, pur avendo poco tempo a disposizione, di noleggiare un auto per fare un salto a key West, il punto continentale più a sud degli Stati Uniti.

Percorriamo la suggestiva U.S. Route 1 attraversando piccoli isolotti e ponti sospesi sul mare del golfo del Messico e, dopo circa 300 miglia, arriviamo al paesino della Florida abitato da Ernest Hemingway e dal presidente Truman.

Key West, la Conch Republic, è un centro molto pittoresco. La sua architettura, ricca di casette in legno, è quella tipica dei caraibi di Her Majesty.

Passeggiamo per le tranquille viuzze del centro storico. Incontriamo la casa dello scrittore Hemingway con i suoi celebri gatti con le zampe a sei dita. Osserviamo, increduli, la fila di turisti in attesa di fare uno scatto vicino al monolite di cemento colorato che segna il punto più a sud degli States e vicino a Cuba. Sono, infatti, appena 90 le miglia che separano due mondi ancora troppo distanti.

Ci lasciamo coccolare dai ritmi di questo tranquillo paesino e, al tramonto, ci rimettiamo in macchina per rientrare a Miami.

Arriviamo a Miami alle mezzanotte circa e la città non ne vuole proprio sapere di andare a dormire. È un turbinio di colori, musica e gente che affolla i tanti localini di Ocean Drive.

Il giorno dopo, l’ultimo vero giorno di vacanza, ci lasciamo accarezzare per qualche ora dal sole e dal mare di Sobe (South beach).

E sdraiati sul lettino, mentre salutiamo i simpatici pellicani di Miami, siamo davvero felici.

 

 

Francesco

 

 

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