“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”

Nel maggio 2008, guidati dalle memorie di Primo Levi, Se questo è un uomo, io e Brunella decidiamo di conoscere i luoghi dell’orrore, i luoghi dell’olocausto.

Partiamo per la Polonia per immergerci nelle radici ebraiche dell’Europa dell’est e per vedere da vicino i luoghi in cui l’uomo ha scritto la pagina più tragica della propria esistenza.

Arriviamo a Varsavia. Lo Stare Miasto, il centro storico della città delimitato dalle mura del Barbacane, fu distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e ricostruito con precisione negli anni cinquanta.

Ci perdiamo nel reticolo di vicoli e stradine attratti dal canto felice e malinconico di un violino klezmer e giungiamo a Rynek Starego Miasta, nel cuore della città vecchia. La piazza, centro della vita cittadina, è delimitata da abitazioni dai colori pastello che conservano tracce delle strutture originarie del XV secolo.

Continuiamo la nostra passeggiata nella città vecchia e arriviamo a Plac Zamkowy, la piazza del Castello Reale dominata dalla Kolumna Zygmunta, la colonna simbolo della città eretta nel 1644 in onore del re Sigismondo III.

Dalla piazza del Castello inizia la Trakt królewski, la strada Reale. Il primo tratto è costituito dal Krakowskie Przedmieście, grande viale alberato dove si trova il Palazzo del Presidente della Repubblica. Successivamente inizia la via Nowy Świat, una tra le strade più belle della città, costeggiata da palazzi e edifici della antica nobiltà e oggi pulsante di vita con i suoi numerosi ristoranti, caffè e negozi alla moda.

Ci incamminiamo alla ricerca delle radici ebraiche della città verso l’antico ghetto di Varsavia. Il quartiere, chiamato Nalewki, ospitava la più grande comunità ebraica d’Europa e nel 1940 il regime nazista vi istituì il più grande ghetto del vecchio continente.

La straordinaria indolenza grazie alla quale l’uomo riesce a cancellare anche il più tragico dei gesti, unita all’avidità e alla originale capacità di compierne sempre nuovi, ha trasformato i vecchi condomini in cui si parlava l’yiddish, trasfigurati in prigioni dalla follia antisemita, in mausolei di acciaio satinato e vetro, sedi di banche, uffici finanziari, hotel, e di mega centri commerciali.

E l’unica cosa che oggi resta del passato ebraico di Varsavia è la cosiddetta Via della Memoria, qualche blocco di granito, con iscrizioni in polacco, yiddish ed ebraico, a sfocata memoria delle migliaia di ebrei uccisi nel ghetto e degli eroi della rivolta del 1943.

Continuiamo il nostro viaggio e partiamo in treno per Cracovia. Ripercorriamo la linea ferroviaria che i nazisti costruirono per deportare gli ebrei di Varsavia e di altre città ad Auschwitz. A farci compagnia per tutta la durata del viaggio è il silenzio.

Attraversiamo pianure sconfinate, scorgiamo qualche cerbiatto solitario ai bordi dei binari e sostiamo in piccole e vecchie stazioni, testimoni eterne delle tante, troppe partenze con destinazione Auschwitz.

Cracovia è il principale centro culturale, artistico e universitario della Polonia. La città vecchia (Stare Miasto) è ricca di testimonianze dell’ architettura gotica, rinascimentale e barocca.

Al centro del nucleo medievale c’è la Rynek Głowny (piazza del Mercato), la più grande piazza medievale d’Europa, un quadrato di 200 metri di lato attorno alla quale sorgono bellissimi palazzi dei secoli XVII e XVIII, la torre civica del Municipio, il grande Mercato dei Tessuti (Sukiennice) e la chiesa di Santa Maria.

L’altro nucleo storico di Cracovia sorge a sud della città vecchia, sulla collina di Wawel, residenza dei re di Polonia fino al XVII secolo.

Ed infine ad est della città vecchia sorge il quartiere di Kazimierz, fulcro della vita religiosa e sociale della Cracovia ebraica fino alla deportazione di massa della comunità locale avvenuta durante l’occupazione nazista.

Il Kazimierz, chiamato proprio come il Re polacco Casimiro III e abitato da circa 100.000 ebrei, fu trasformato in un ghetto nel quale i nazisti separavano la carne buona dalla carne da macello. Infatti, una descrizione storica attribuisce al ghetto un’importanza “strategica” per la suddivisione tra gli ebrei considerati “abili” e gli “scarti”, destinati al massacro nei campi di sterminio.

Passeggiamo per le stradine del ghetto e un violento temporale dipinge di grigio i mattoncini delle case già scolorite dalla storia e dall’uomo.

D’improvviso, però, veniamo rapiti da un canto gioioso proveniente dall’antica Sinagoga di Isacco. Proviamo ad entrare senza violentare l’intimità della funzione e assistiamo ad un incontro di giovani ebrei provenienti da tutto il mondo alla ricerca dei frammenti delle proprie origini.

Disposti a conoscere fino in fondo e con i nostri occhi la banalità del male, ci prepariamo alla visita ai campi di Auschwitz e Birkenau.

Partiamo con un autobus di mattina presto e, dopo poco più di un’ora, arriviamo a Oświęcim, Auschwitz, il simbolo dell’orrore nazista.

Auschwitz era il cuore dell’intero complesso di campi di concentramento, architettato per realizzare la “soluzione finale al problema ebraico”.

C’è tanta gente ma ci sentiamo soli, l’aria è pungente, fa freddo e il cielo è grigio. Ad Auschwitz si è soli. Ad Auschwitz fa sempre freddo e il cielo è sempre grigio!

Varchiamo la scritta “Arbeit macht frei” che sovrasta la cancellata d’ingresso del campo di concentramento e, guidati dalle parole di Primo Levi, iniziamo la visita ai vari Block, camere oscure dove venivano stipati gli internati.

Visitiamo i principali Block e mentre attraversiamo gli stretti corridoi interamente ricoperti dalle migliaia di foto delle migliaia di persone sterminate, il silenzio viene rotto dal dolore e dal pianto di quanti riconoscono nelle foto un proprio caro e dal flash delle macchine fotografiche di coloro che sorridenti trovano anche il coraggio di scattare qualche foto ricordo. Alcuni Block raccolgono gli oggetti di uso quotidiano strappati dai nazisti agli ebrei deportati. Giocattoli, protesi, abiti, valigie, occhiali, orologi, addirittura capelli.

Lasciamo il campo di Auschwitz e percorriamo i tragici 3 chilometri che conducono a Birkenau, quei chilometri che hanno accompagnato alla morte più di un milione di ebrei.

Birkenau fu il principale campo di sterminio nazista. Concepito per garantire la massima efficienza alla soluzione finale della questione ebraica, oggi Birkenau è uno sconfinato campo grigio dove la terra e cielo sono uniti dalle ceneri dei milioni di ebrei uccisi nelle camere a gas e ridotti in polvere nei crematori.

Vaghiamo in silenzio per il campo sterminato e nella nostra mente riecheggia ripetutamente la disperazione di ogni singolo uomo, donna e bambino cancellati dall’uomo:

“Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no„.

Lungo i binari di Birkenau ci accorgiamo di aver perso Se questo è un uomo, la nostra guida, il libro che ci aveva condotti ad Auschwitz per farci conoscere e comprendere le atrocità dell’olocausto e che, iniziato il cammino, aveva ceduto umilmente il posto alla speranza, ad un timido e tiepido raggio di sole. Quello stesso timido e tiepido raggio di sole che ci accompagnerà fino a casa.

di Francesco Lo Sapio

Letture

Se questo è un uomo, Primo Levi

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme di Hannah Arendt

Soundtrack

Theme from Schindler’s List performed by Itzhak Perlman

Categories: Blog

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